Sopravvivenza zero

sabato, 22 novembre 2008

Buon viaggio



Gridasti: Soffoco


Non potevi dormire, non ormivi...
Gridasti: Soffoco...
Nel viso tuo scomparso già nel teschio,
Gli occhi, che erano ancora luminosi
Solo un attimo fa,
Gli occhi si dilatarono... Si persero...
Sempre ero stao timido,
Ribelle, torbido; ma puro, libero,
Felice rinascevo nel tuo sguardo...
Poi la bocca, la bocca
Che una volta pareva, lungo i giorni,
Lampo di grazia e gioia,
La bocca si contorse in lotta muta...

G. Ungaretti


Se dovessi usare un aggettivo, identificarlo con una parola, la prima cosa che mi viene in mente è Bello.
Era bello, di una bellezza evidente ma non prepotente, semplicemente c'era, non ne abusava era semplicemente una parte di lui.
Come il suo sorriso, ti ammaliava con quel sorriso. Riusciva a tirarlo fuori con serena pacatezza anche quando il resto del mondo sembrava impazzire ed era maledettamente, splendidamente contaggioso.
Quello che fa male non è il dolore della perdita, il senso di vuoto, quello si insinua con subdola lentezza e  altrettanto subdolamente si impara a sopportarlo... Quello che fa  male è sapere di quel suo sorriso che gli è stato violentato fino a farlo sfiorire in una smorfia di dolore
Atroce
come l'eco dei suoi lamenti che sono giunti fin nella casa del mio esilio
Fa male l'immagine di quela bellezza deturpata dal male e dalla consapevolezza, lucida fino all'ultimo suo soffocato respiro, di cosa gli stava succedendo.
Fa male pensare a tanta vitalità consumata in un soffio, soffiata via come petali di un fiore appassito, pochi brandelli di uomo rimasti da abbracciare nel momento del dolore, troppo fragili per poterli stringere,
Quello che resta è il ricordo di quella bellezza spudorata ma non prepotente e il calore di quel sorriso.

Mi mancherai.

un'altra elucubrazione di: Paramecio alle ore 01:20 | link...
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categorie: silenzio, inside
martedì, 18 novembre 2008

Napòlide

[...]
Scelsi il treno, l'orario, non mi affidai al caso di un passaggio: volevo governare la partenza. Presi posto al finestrino e restai fisso a guardare fuori la processione del mio addio. Mentre mi staccavo, la città mi finiva sotto pelle come quegli ami da pesca che, entrati dalle ferite, viaggiano nel corpo, inestirpabili.
Nel chiasso delle molte porte sbattute, la mia la chiusi piano
[...]
A Napoli, quando scendo gli scalini del treno, non mi sento tornato. Invece mi sento solo, con un diritto più intimo di quello che provo altrove.
Una città non perdona il distacco, che è sempre una diserzione. Sono d'accordo con lei, con la città: chi non c'era, chi è mancato, ora non c'è, è decaduto il suo diritto di cittadinanza. Ora è uno dei tanti passanti che essa accoglie, senza opporre resistenza, lo straniero imbambolato che nessuno scaccia, sbirciato come merce da raggiro. Ho rispetto del diritto di rigurgito che la città applica a chi se ne allontana. Se rispondo di me presso di lei è perché porto i panni dell'ospite, non del cittadino. E se non ho il diritto di definirmi apolide, posso dirmi napòlide, uno che si è raschiato dal corpo l'origine, per consegnarsi al mondo.
Mai più ho attecchito altrove.
Chi si è staccato da Napoli, si stacca poi da tutto: non ha neanche lo sputo per incollarsi a qualcosa, a qualcuno.
Mai più ho sputato, ho solo inghiottito, inghiottito.
Il timbro sul biglietto del treno aveva il colpo furibondo di una porta sbattuta alle spalle. Ero cancellato io, non il biglietto

Erri De Luca.

un'altra elucubrazione di: Paramecio alle ore 23:24 | link...
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martedì, 04 novembre 2008

eeg-death323

un'altra elucubrazione di: Paramecio alle ore 09:47 | link...
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"E per favore lasciate un messaggio ho bisogno di compagnia al ritorno da questo viaggio"

Chi sono

Utente: Paramecio
Nome: Marco

da un vecchio libro di scienze delle medie: "Paramecio, protozoo a forma di pantofola"!!!!
Un altro viandante, di quelli che pensa che sia più importante il viaggio in se piuttosto che la meta.

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